Bali: isola degli dei, delle scimmie e dei surfisti australiani

17 Mar

Stremata dal tour sul vulcano Bromo e dalle nove, poi diventate magicamente dodici, ore di viaggio in bus, finalmente arrivo a Bali. Il gruppo viene abbandonato dall’autista vicino alla città di Denpasar, in una stazione nel bel mezzo del nulla e alquanto inquietante. Poiché si è fatta già una certa, poiché non ho la benché minima idea di dove andare, dato che da grande furba quale sono non mi sono degnata di prenotare nessun ostello/hotel, e poiché non ho di certo intenzione di passare un paio d’ore nella disperata ricerca di uno decente, decido semplicemente di accettare l’invito delle spagnole a trascorrere la notte nel loro stesso alloggio. Prendiamo quindi il primo taxi e stremate non vediamo l’ora di giungere a destinazione. La modernità del taxi sul quale viaggiamo lascia tutte decisamente stupite. Al posto dell’autoradio c’è addirittura un mini schermo e l’autista, dopo averci chiesto “Do you like party?”, mette a tutto volume musica da discoteca accompagnata da video di cubiste seminude che ballano in modo decisamente provocante. Anzi, più nude che semi. Tutto mi sarei aspettata tranne che finire la giornata in questo modo. La musica non dura comunque molto dato che l’autista ci comunica ben presto di non trovare l’indirizzo che gli abbiamo dato. Inizia a fermare diversi passanti ma nessuno, a quanto pare, è a conoscenza dell’esistenza di questa guest house. Giriamo e rigiriamo a vuoto senza ottenere alcun risultato per minimo mezzora. Decidiamo quindi di fermarci presso il primo hotel che troviamo, sperando che abbiano ancora camere disponibili. La felicità immensa che proviamo quando ci comunicano la loro disponibilità e il prezzo molto conveniente, viene completamente fatta a pezzi quando chiediamo di vedere una camera. Lenzuola sporche, pareti piene di muffa, condizionatore rotto e pavimento del bagno completamente ricoperto d’acqua. Inutile dire che ci rifiutiamo di dormire in un posto del genere. Il povero receptionist, che subisce con una certa indifferenza le nostre facce schifate, è comunque così gentile da farci usare il wi-fi e permetterci di trovare un altro alloggio nelle vicinanze. Dopo un’ accurata ricerca riusciamo a trovare il numero di telefono del proprietario della guest house prenotata dalle spagnole. Telefoniamo e scopriamo che il nostro alloggio si trova in un piccolo vicolo a soli cinque minuti a piedi di distanza dall’hotel degli orrori. Grazie a Dio. Ormai a mezzanotte passata, felici come una Pasqua raggiungiamo il nostro alloggio e crolliamo in un sonno profondo.

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In questo modo inizia il mio soggiorno nella meravigliosa Bali. Appositamente non ho un piano preciso di come e dove trascorrerò i prossimi giorni su quest’isola. Decido infatti di abbandonarmi all’improvvisazione cercando di smussare quel lato ansioso del mio carattere che ama sempre avere le giornate organizzate ora per ora. Quando quindi mi sveglio non ho ancora la minima idea di dove mi sposterò. So ovviamente quello che voglio visitare di Bali ma in che ordine è ancora un mistero. Dopo tutta una serie di riflessioni, decido di muovermi in direzione di Kuta, la città probabilmente più turistica dell’isola. Scelgo questa destinazione per riprendermi dallo choc culturale della prima settimana e permettere a me stessa di tornare alla realtà e vivere per almeno un paio di giorni in un mondo molto simile al mio. Nessuno mi ha parlato bene di questa città. Praticamente tutte le persone che già ci sono state mi hanno detto di evitarla proprio perché troppo turistica e piena di surfisti australiani… qualcuno mi può cortesemente spiegare perché mai quest’ultima caratteristica sarebbe un connotato negativo??? In ogni caso, pur cosciente dei vari giudizi negativi, decido che è una città da mettere nel mio itinerario. Saluto le spagnole e in meno di mezzora di taxi eccomi nella mecca del surf. Effettivamente sembra di stare a Ibiza….strade piene zeppe di negozi e ristoranti turistici e di club che la sera fanno risuonare la loro musica ad un volume veramente esagerato. Affitto una stanza a soli due minuti a piedi dalla spiaggia e quasi verso lacrime di gioia quando capisco dalle diverse tavole da surf presenti fuori dalla porta, che il mio vicino d’alloggio è un surfista professionista. Felicità che si trasforma subito in sgomento: in una città piena zeppa di surfisti australiani, sono ovviamente io la fortunatissima fanciulla che come “vicino di casa” si becca l’unico surfista giapponese presente su tutto il suolo indonesiano. Niente contro i giapponesi comunque. Anzi…Ryo, il mio nuovo amico nipponico, è di una simpatia e disponibilità unica. Surfisti a parte, ammetto anch’io che la città è abbastanza deludente: oltre al fatto di essere ormai troppo occidentalizzata, la spiaggia non è di certo il paradiso che mi aspettavo di trovare. In relazione a come soffia il vento e alle maree, può infatti diventare molto sporca. Dopo un paio di giorni decido quindi di spostarmi nella vicina Semyniak. Con delusione, scopro che quest’ultima è una versione leggermente meno caotica di Kuta ma le due città sono comunque fatte della stessa pasta. Per sfruttare al meglio il mio tempo, dopo tutta una serie di indecisioni, mi convinco a fare la miglior cosa che si possa fare in questa zona di Bali: prendere lezioni di surf. IMG-20150228-WA0000Sono tentata ovviamente dal prendere come insegnante un figo pazzesco che mi permetterebbe quanto meno di rifarmi un po’ gli occhi…ma alla fine, giusto per evitare di morire annegata distratta da determinate doti fisiche, mi baso esclusivamente sulla professionalità. Dato che non sono mai stata una persona sportiva e nell’acqua non me la cavo di certo come Federica Pellegrini, avviso il mio istruttore che molto probabilmente sarò l’alunna peggiore della sua carriera passata, presente e futura. Ma lui, sicuro delle sue abilità di insegnante, mi aiuta a prendere coraggio e ad abbandonare tutte le incertezze che ho. La lezione inizia seduta sulla spiaggia con la parte teorica: dopo avermi illustrato le varie parti della tavola e il modo in cui la devo maneggiare, mi spiega i vari movimenti da effettuare e le posizioni che piedi, gambe e braccia devono assumere per poter cavalcare un’onda. Più la spiegazione entra nel dettaglio e più capisco che trasformare la teoria in pratica sarà una vera e propria missione impossibile. Già mi vedo cadere, sbattere con la testa sulla tavola e poi cercare con un certo impaccio di non affogare. Prima di farmi entrare in acqua, mi fa provare tutti movimenti sulla terra ferma e ogni santa volta c’è una qualche parte del corpo che metto nella posizione sbagliata. Se non riesco a coordinarmi a terra, come farò sull’acqua? Non mi faccio però prendere dall’ansia e quando il mio teacher mi dice che è ora di tuffarci, sono decisamente entusiasta di poter mettere in pratica quello che ho appena imparato. Con mia grandissima sorpresa riesco addirittura a cavalcare un’onda al primo tentativo. Senza cadere. Non mi pare vero. L’insegnante è più incredulo di me. E più ci provo, più i miei movimenti migliorano in modo sempre più rapido. A questo punto mi esalto di brutto. Un vero talento. Mi vedo già fare carriera nel surf e passare la mia vita tra onde e spiagge paradisiache. Non so ancora come farò a sviluppare questo mio talento a Berlino ma sicuramente una soluzione si troverà.

Dopo i primi giorni trascorsi tra Kuta e Semyniak, mi trasferisco a Ubud. Ubud è una piccola cittadina molto famosa come centro culturale e artistico di Bali. Rappresenta la classica immagine che sia ha dell’isola: quella della pace, della tranquillità, dei templi e delle risaie. É inoltre un ottimo punto di partenza per fare dei tour e poter visitare altre parti dell’isola. Da qui sono andata a visitare ad esempio i meravigliosi templi di Uluwatu, Tanah Loh e Ulun Danu Batur sulle rive del lago Batran.

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20150227_16213920150303_130551Attrazione principale della città e una delle cose più belle e divertenti visitate durante il mio viaggio è la Monkey Forest: una foresta e riserva naturale che oltre a contenere tre templi bellissimi è abitata da centinaia di scimmie che vivono in assoluta libertà. 20150301_111538Prima di visitarla, avevo letto diverse informazioni a riguardo e il consiglio che tutti i turisti che l’avevano già vista, hanno dato, è di fare molta attenzione alle cose che si portano con sé, poiché le adorabili scimmiette sono famose per essere esperte ladre. Assisto infatti alla scena in cui sulle spalle di una cinese sale rapidamente una scimmia che le strappa dal viso gli occhiali da sole e scappa. La cinese inizia quindi a disperarsi, a fissare la scimmia ormai salita in cima ad un albero e a chiamarla “monkey!monkeeeeeeeeeeey” sperando che il simpatico animale la capisca e le riporti indietro gli occhiali. Cosa che ovviamente non avviene. Anche su di me si arrampicano alcune scimmie. Una mi spulcia. 20150301_113438Un’altra si siede sulla mia spalla e quando mi giro per guardarla, mi tira una bella sberla. A qual punto il guardiano mi urla “non guardarla negli occhi! Per loro è un segno di sfida e diventano aggressive!” …ma dirmelo prima?? Occasioni per entrare in contatto con questo animale a Bali non mancano di certo: a parte nella Monkey Forest, le scimmie sono infatti presenti nelle vicinanze di molti altri templi, come ad esempio quello di Uluwatu o di Sangeh. Se quindi come me adorate follemente questo divertente mammifero, a Bali ne potrete fare indigestione (intendo in modo metaforico ovviamente…non mangiatele!!).

Tra surf,scimmie, templi e risaie il tempo a Bali è assolutamente volato. Dopo poco più di dieci giorni è ora di cambiare isola. E se pensavo che Bali fosse il paradiso, è solo perché ancora non avevo visto la mia successiva destinazione: le isole Gili.

Sopravvissuta al tour sul vulcano Bromo

4 Mar

Lascio la città di Yogyakarta ben consapevole del fatto che l’escursione sul vulcano Bromo non sarà proprio una passeggiata di salute. Sinceramente non so come sia stato possibile che il mio cervello abbia concepito l’idea di partecipare a questo tour. Io sto infatti a un escursione su un vulcano come un vegetariano a un Big Mac o come un astemio a una bottiglia di Jagermeister. Ho voluto però appositamente fare qualcosa di inaspettato anche per me stessa, convinta di riuscire in qualche modo a sopravviverne.
Alle sette di mattina un mini bus mi viene a prendere direttamente all’ostello. Non vedo l’ora di vedere chi saranno i miei compagni di viaggio. L’incubo più grande che ho è quello di finire tra sole coppie. Gioisco invece infinitamente quando vedo i miei compagni d’ avventura: due ragazzi cinesi, una ragazza tedesca e cinque ragazze spagnole. Tutta la mia gioia si spegne però nell’arco di ben tre minuti e venti secondi ,quando realizzo che le spagnole parleranno tra di loro per tutto il viaggio con un tono di voce talmente alto che tranquillamente le si può sentire anche in Malesia. Tredici ore di viaggio. Tredici ore in cui ora so che non potrò chiudere occhio e in cui dovrò trattenere il mio istinto di prendere la testa di una di loro e sbatterla contro il finestrino. Fortunatamente dopo le prime due ore in cui credo abbiano parlato di ogni argomento possibile e immaginabile, anche loro cedono alla stanchezza e mi fanno la grazia di tacere. Adoro invece i due cinesi e la tedesca che non spiccicheranno una parola durante tutto il viaggio. Alla prima sosta in autogrill mi metto a parlucchiare con il gruppetto iberico che scopro essere in viaggio per festeggiare la loro laurea in medicina. Lo scopro anche essere estremante simpatico e cordiale ed è anche grazie a loro che sicuramente questa esperienza diventerà indimenticabile. Le ore sul minibus non passano più. L’aria condizionata funziona malissimo e fuori ci sono cinquantacinque gradi all’ombra. A volte mi pare di avere le allucinazioni. Il viaggio non viene fatto passando per un’autostrada (che credo inesistenti in Indonesia), ma per semplici strade che passano attraverso vari villaggi. La vista dal finestrino è l’unica cosa che riesce a rendermi il viaggio più piacevole. Dopo poche ore dalla partenza, la ragazza tedesca inizia a sentirsi male e praticamente ogni mezzora ci fermeremo per permetterle di utilizzare tutti i meravigliosi e pulitissimi bagni delle stazioni di servizio dell’isola di Giava. Dopo all’incirca undici ore di viaggio il pulmino si ferma improvvisamente e senza spiegarci né come né perché, ci dicono di scendere. Siamo su una strada buia nel bel mezzo del nulla. Una sottospecie di ufficio turistico completamente aperto sulla via e illuminato da una lampadina che funziona a scatti è l’unica cosa che i nostri occhi riescono a vedere. Entriamo tutti in questo “ufficio” e aspettiamo che qualcuno si degni di darci informazioni. Pareti verde marcio, zanzare e manco una sedia su cui appoggiarci. Vediamo arrivare un altro pulmino come il nostro e poi un piccolo gruppetto di turisti che si aggiunge a noi. Finalmente un ragazzo indonesiano a torso nudo, segno di una professionalità invidiabile, richiama la nostra attenzione con un urlo animalesco. Una volta ottenuto il silenzio, ci spiega il piano d’attacco. Di fronte a una cartina disegnata con pennarello indelebile su una sorta di lavagna, ci mostra dove esattamente ci troviamo: siamo ora alle pendici del vulcano e per raggiungere i nostri hotel dovremo prendere un altro pulmino. L’ultimo tratto di questo viaggio della speranza durerà ancora all’incirca un paio d’ore. Prima di farci ripartire, ritira tutti i nostri biglietti rilasciati dalle varie agenzie in cui ognuno di noi ha prenotato il tour, per ricontrollare i nomi e riconfermare il pagamento. Come eravamo già stati informati, il prezzo del tour non prevede anche il costo dell’entrata al parco nazionale del vulcano Bromo ed è quindi arrivata l’ora di sborsare anche quella quota.20150223_063934 Nessuno fa una piega e tutti paghiamo tranquillamente. Tutti tranne i due cinesi che fino a quell’esatto momento pensavo essere muti. Iniziano infatti a smanettare con tutta una serie di brochure, cercando di dimostrare che loro l’avevano già pagata. Il dialogo tra loro due e l’indonesiano a petto in fuori è sinceramente da filmare. Il loro inglese è da entrambe le parti molto basico e più che altro cercano di spiegarsi a gesti. Io e il resto del gruppo nel frattempo non vediamo l’ora di ripartire e lanciamo sguardi di odio profondo a quei quattro occhi a mandorla che non stanno facendo altro che ritardare il tour. Dopo circa una decina di minuti in cui i due cinesi non si rassegnavano a capire che i soldi li dovevano sborsare per forza, interviene nel loro “discorso” un ragazzo americano che cerca con calma di farglielo comprendere il più velocemente possibile, onde evitare che il resto del gruppo inizi a prenderli violentemente a schiaffi. Tentativo riuscito e finalmente si riparte. Di nuovo sul pulmino, iniziamo la salita verso l’hotel. Un temporale decide bene di rendere questo viaggio ancor più interessante.20150223_070151 Le strade sono completamente buie e la pioggia che cade in modo torrenziale, non permette di vedere nulla al di là del finestrino e del parabrezza. Questo però non è evidentemente un motivo valido per il nostro autista per diminuire la velocità. Mette anzi il piede sull’acceleratore come se stessimo andando a salvare la vita di qualcuno. E io sinceramente inizio a temere per la mia di vita. Dopo un paio d’ore finalmente raggiungiamo gli hotel. Non dormiremo tutti nello stesso, quindi le spagnole arrivano alla loro destinazione una ventina di minuti prima di me. É il turno poi dei cinesi e della tedesca. Io rimango invece ancora a bordo e, sola con l’autista,  continuiamo a salire per la strada sempre più buia e piena di buche e con il diluvio universale che non da cenno di smettere. Se prima temevo per la mia vita, ora sono sicura che sto per perderla. Mi vengono in mente vari scenari su come potrà finire questo viaggio senza mai raggiungere il mio benedetto hotel… e no, nessuno di questi prevede un happy ending in cui io e l’autista ci innamoriamo follemente e iniziamo una nuova vita insieme. Finalmente raggiungo però il mio caro e amato hotel. Caro e amato è una vera e propria esagerazione se teniamo conto del fatto che credo sia il peggior hotel in cui abbia mai messo piede. Sono però talmente stanca che non ho la forza di disperarmi. Anche perché la camera la utilizzerò solo per pochissime ore dato che la sveglia per il giorno successivo è prevista per le ore tre di notte.

Alle ore tre e mezza infatti una jeep, sulla quale erano già presenti le mie nuove amiche spagnole, passa a ritirami in hotel. Destinazione: monte Penanjanak. Da qui avremo la possibilità di ammirare l’alba che sorge sul vulcano e fare personalmente quella foto che mi ha convinto a partecipare al tour e che è quella che trovate qui di seguito.

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Arrivate sulla cima della montagna è stato divertente vedere come per i turisti provenienti dalle altre regioni dell’Indonesia, sembrava di stare al Polo Nord. La loro pelle infatti non ha probabilmente mai provato una temperatura inferiore ai venti gradi e ora che si trovano a poco più di dieci gradi, si sono coperti con piumini, berrette, guanti, sciarpe enormi e chi più ne ha più ne metta. Io ovviamente, abituata al freddo berlinese, pur indossando una leggera felpa non faccio una piega e loro mi fissano come se fossi completamente fuori di testa. Un po’ come quando pure io a Berlino fisso quei turisti che, con una temperatura esterna di poco superiore allo zero, girano tranquillamente in t-shirt. Dopo un’ attesa di circa un’ora arriva l’alba. Il tempo non è dei migliori (d’altronde siamo nella stagione delle piogge) e il paesaggio e i colori che mi trovo di fronte non sono così spettacolari come quelli della foto che tanto avevo sognato di scattare. Ecco infatti quella migliore che riesco a fare:

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20150223_071640É ovviamente tutta un’altra storia. Sono in ogni caso entusiasta di questa esperienza: aspettare e veder sorgere l’alba in un posto così suggestivo è una delle cose più belle che abbia mai fatto. Dopo aver fotografato e rifotografato il vulcano da ogni angolazione, la jeep è pronta a portarci vicino al cratere. Dopo una ventina di minuti di cammino e una scalinata infinita che probabilmente è stata la causa di morte di decine di turisti, siamo sull’orlo del vulcano. E anche questa devo dire che non è un’emozione da poco.

Ritorniamo in hotel giusto per il tempo di una doccia e per fare colazione. Siamo poi di nuovo tutti pronti a ripartire. Destinazione: Bali!
Ho di fronte a me ancora venti miliardi di ore di pullman ma sono super positiva perché l’agenzia con cui ho prenotato il tour, mi ha riferito che, per raggiungere Bali, avremmo preso un bus molto più grande, moderno e con aria condizionata. E invece…il pullman era sì più grande, ma sembrava essere stato usato durante la seconda guerra mondiale e l’aria condizionata funzionava uno schifo. L’unica cosa moderna era uno schermo che mostrava immagini di un canale simile alla nostra MTV e che trasmetteva solo ed esclusivamente video musicali di cantanti locali. Non so come si possa voler ascoltare volontariamente canzoni del genere. L’aggettivo che più le rappresenta è a mio parere “fastidiose”. Come se tutto ciò non bastasse i video sono di un trash imbarazzante. Dico solo che i video di Nino d’Angelo a confronto sono dei capolavori.
Non mi faccio comunque rovinare il mio entusiasmo da da tutto ciò. In fondo solo poche ore mi dividono dall’isola degli Dei!

Prima settimana in Indonesia: lo shock culturale

25 Feb

Quando ho comunicato ai miei familiari e amici l’ idea geniale di farmi questo viaggio in solitaria in Indonesia, dopo un primo momento di perplessità generale, è partito un toto scommesse sulle varie disgrazie che mi sarebbero capitate: perdita di un volo, della carta di credito,del telefono o del passaporto, smarrimento del bagaglio, rapinata, imbrogliata e truffata da vari malfattori, smarrita in qualche posto desolato, terremoto, eruzione vulcanica, tsunami e chi più ne ha, più ne metta. Se vi interessa, la più quotata per ora è la perdita della carta di credito. Ammetto che sono sinceramente stupita e felice del fatto che in questa prima settimana, sia ancora sana e salva e con tutti i miei beni ancora in possesso. Mi sono infatti resa subito conto che questo viaggio non è e non sarà una passeggiata. Mi sono ritrovata all’improvviso sul suolo di un nuovo pianeta. Un pianeta così diverso, così strano e così affascinante. Non ho davvero parole per descrivere quello che ho visto e provato in questi primi giorni. Non mi aspettavo un impatto così forte e uno shock culturale così devastante.

Dopo aver speso la prima notte a Jakarta, ho preso immediatamente un altro volo in direzione Yogyakarta. Sul transfer dall’hotel all’aeroporto incontro due ragazze tedesche anche loro in viaggio verso la mia stessa destinazione. L’orario della nostra partenza è la stessa ma solo una volta arrivate in aeroporto ci rendiamo conto che in realtà abbiamo due voli diversi. E mentre loro vengono lasciate dall’autista al terminal principale, io vengo condotta nel terminal piccolo e sfigato dove inizio subito a sentirmi un pesce fuor d’acqua: sono l’unica e sola non asiatica tra centinaia di persone. 20150218_120215Mi accingo ad affrontare i vari controlli per la sicurezza e mi accorgo di come qui siano decisamente fatti all’acqua di rose…del tipo che avevo ancora in zaino una bottiglietta d’acqua piena e nessuno ha fatto una piega. La parte interna dell’aeroporto è meravigliosa: ha delle aree all’aperto, lampadari sfarzosi e varie decorazioni in legno. Raggiungo il mio gate e aspetto il momento dell’imbarco. Presa dalla lettura non mi accorgo che qualcuno si era seduto vicino a me. Dopo pochi minuti alzo il viso e mi rendo conto che dalle sedie di fronte e di lato varie persone mi stavano facendo delle foto. E il tizio seduto accanto pure. Lo guardo sbigottita e lui mi sorride. “Foto?”. Carino da parte tua chiedere il permesso dopo che te ne sei già fatto tremila. Comunque sorrido e ovviamente accetto. Da quel momento ha avuto inizio uno shooting fotografico che mi ha visto protagonista con praticamente la metà delle persone presenti in aeroporto. Questa è la prima cosa che mi ha lasciato assolutamente senza parole: non pensavo sinceramente che incontrare occidentali fosse per i locali un evento così eccezionale.

Arrivata a Yogyakarta, non faccio nemmeno in tempo a mettere un piede fuori dall’aeroporto che vengo assalita da minimo una trentina di tassisti che fanno a gara per aggiudicarsi la corsa. Dopo tutta una serie di contrattazioni, scelgo ovviamente quello che mi offre il prezzo minore. È un piccolo vecchietto, magro e dagli occhi piccoli. Il suo nome è Eko. Inizio a notare da subito come ad ogni stop, Eko si gira verso di me e mi fissa. Io sorrido, lui sorride. “Beautiful, you are beautiful!”. Questa è la frase che mi ripeterà ogni due minuti. Inizia poi a smanettare con l’autoradio. “For you!” dice e poi riconosco le inconfondibili note della colonna sonora del “Tempo delle mele”. “Vi prego, ditemi che sto sognando”. Questo è quello che penso mentre in realtà, con l’intento di distrarre quel suo animo romantico, gli chiedo “tra quanto tempo arriviamo in hotel?”. “I don’t know….half an hour?”. “Annamo bene!annamo proprio bene!” come direbbe la Sora Lella. Mentre prego di arrivare in ostello il prima possibile, mi accorgo di quanto anche questa città sia incredibilmente trafficata. Centinaia e centinai di motorini invadono le strade senza tregua. E senza tregua ci tagliano la strada. Tra un mancato incidente mortale e l’altro fortunatamente arriviamo all’ostello. Eko ci tiene a lasciarmi il suo numero di telefono e a farmi sapere che nel caso fossi interessata, lui mi accompagnerà ovunque io voglia durante le mie visite nella città e ai vari templi. Gratis. “Just for you!”. Lo ringrazio infinitamente e cercando di rendergli questo nostro distacco non troppo traumatico, lo saluto velocemente.

Sono ormai le quattro di pomeriggio e dopo un breve momento di riposo decido di uscire ad esplorare un po’ i dintorni.

Non credo di poter rendere l’idea di ciò che ho visto con semplice descrizione ma ci proverò: strade prive di negozi ma lungo le quali si trovano solo baracchini fatiscenti in legno che vendono prevalentemente cibo fritto e frutta. Case aperte sulle strade delle quali intravedo un arredamento interno povero o quasi inesistente. 20150220_185546Persone che camminano a piedi nudi, strade asfaltate a metà, motorini che scorazzano a destra e a manca e ad ogni angolo colorati becak, ovvero una sorta di taxi-bicicletta con un sedile che poggia su due ruote anteriori. Anche se decisamente lento è sicuramente il mezzo migliore per spostarsi in città. Nella maggior parte dei casi sono guidati da vecchietti che a me parevano avere più di novant’anni e tutte le volte che ne ho preso uno, ho avuto sinceramente paura che nel trasportare il mio peso non proprio da farfalla a qualcuno di loro venisse un attacco di cuore. Ma grazie a Dio tutti i miei “autisti” sono sopravvissuti.

Mi aspettavo di trovare qualcosa di un po’ più moderno in una città grande come Yogyakarta e invece mi sono resa subito conto di quanto lo stile di vita dei suoi abitanti sia lontano anni luce dalle mie aspettative.
I due giorni seguenti decido di andare a visitare i templi più famosi nelle città circostanti. Il primo giorno quello più famoso di Prambanan e quelli più piccoli nei dintorni e il secondo quello di Borobudur, il più grande tempio del mondo dedicato al buddismo. Per raggiungere entrambi, il tour prevedeva un trasferimento in motorino attraverso vari piccoli villaggi locali tra risaie e jungla. Un’esperienza indimenticabile. Per non parlare poi dei templi. Semplicemente mozzafiato.

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Dopo quattro giorni è ora di lasciare Yogyakarta. Prossima fermata: vulcano Bromo!

L’inizio della (dis)avventura: Berlino-Jakarta

18 Feb

All’incirca tre mesi fa guardandomi allo specchio notai un capello bianco. Non era la prima volta che ne scorgevo uno ma quel giorno la cosa mi lasciò alquanto turbata. Iniziai a pensare che quel capello fosse in realtà un messaggio che madre natura mi stava inviando, un modo per farmi riflettere e reagire di conseguenza. Il messaggio però non era chiarissimo: trovai infatti due interpretazioni completamente opposte ma altrettanto valide. Prima interpretazione:”Ormai bella mia hai quasi raggiunto la trentina…non credi sia giunta l’ora di mettere la testa a posto e iniziare a costruire qualcosa di solido? Osserva i tuoi coscritti: matrimoni e figli come se non ci fosse un domani… e tu? Ne vogliamo parlare?”. Seconda interpretazione: “Come per chiunque il tempo sta scorrendo anche per te…sfrutta al meglio ogni singolo secondo! Divertiti e vivi al massimo ora che hai tutte le possibilità per farlo! Il tempo per stare in casa con un marito e marmocchi, non ti preoccupare, arriverà anche per te!”.

Sinceramente non pensai nemmeno per un centesimo di secondo ad assecondare la prima interpretazione. Al contrario mi misi subito all’opera per dimostrare che concordavo assolutamente con la seconda. E quale miglior modo per dare prova a madre natura che avevo perfettamente recepito il messaggio, se non con un viaggio? Dopo pochi minuti dal ritrovamento di quel famigerato capello bianco avevo già deciso: parto!

È così che è iniziata l’organizzazione del mio viaggio in solitaria attraverso l’Indonesia.

Le settimane e i giorni che mi hanno separato dalla partenza sono volati ed ora mi trovo già dall’altra parte del mondo a raccontarvi questa mia avventura.

Sono partita ieri (o forse l’altro ieri? Il jet leg mi sta facendo impazzire!) con una buona dose d’ansia e agitazione. Il giorno della partenza è stato caratterizzato da due piccoli inconvenienti che spero non siano l’incipit di una sfiga che mi perseguiterà per i prossimi trenta giorni. Giusto una mezz’oretta prima di uscire di casa e recarmi all’aeroporto, mi accingo a sistemare le ultime cose in cucina. Nello spostare delle scatole da una mensola, mi scivola dalle mani un barattolo di salsa di pomodoro. Sbam! La cucina sembra la scena del delitto di un omicidio di massa. Tutto completamente rosso…vestiti compresi! Alla stazione poi, prima di prendere la metro in direzione aeroporto e dopo aver acquistato il biglietto, mi scivolano dalle mani (sì, lo so..mani di pasta frolla!!) le monete del resto. Mi piego per raccoglierle ma il mio zaino enorme e stra colmo da backpacker ufficiale mi fa perdere l’equilibrio e di conseguenza cadere. Non con poca fatica riuscirò a rialzarmi cercando di mostrare un certa nonchalance ai passanti che mi fissavano impietositi. Già che ho nominato lo zaino, ci terrei a sottolineare quanto il prepararlo sia stata una delle cose più difficili della mia intera esistenza. Se voi lo poteste vedere in questo preciso istante, credereste che mi sia praticamente portata tutti i miei averi e abbia provviste a sufficienza come minimo per i prossimi cinque anni. Sì: è enorme e pesante! Ma giuro che non ci è entrato nemmeno un terzo di quello che avevo in mente. Certo, fosse stato per me mi sarei portata una quantità di vestiti che manco alla fashion week…sono in ogni caso ora fiera nel poter affermare di aver compreso in tutto e per tutto il senso della parola “selezionare”!

20150217_170438Berlino-Istanbul. Istanbul-Singapore. Singapore-Jakarta.

Una vera e propria odissea. In realtà non ho nulla di cui lamentarmi: la Turkish airways è considerata la migliore compagnia aerea europea e io sono assolutamente concorde!

Menu che manco al ristorante, sedili ampi e comodi, regali su regali (ciabatte, calzini, lucidalabbra, mascherina…) e diecimila film, album musicali o videogames con i quali ingannare il tempo. Se vi trovate in una situazione emotiva abbastanza intensa, per esperienza personale vi consiglio però di evitare film che potrebbero suscitare in voi troppi turbamenti. L’eccessiva emozione del viaggio aggiunta all’enorme stanchezza mi hanno infatti indotto a commuovermi senza alcun ritegno alla vista di un film che tra l’altro è classificato come commedia. Giuro, non riuscivo più a fermare le lacrime.. e far capire al mio vicino di posto turco che in realtà stavo bene e che non piangevo per motivi personali, è stata un’impresa non da poco.

Per quanto riguarda i voli posso dire comunque che è filato tutto liscio come l’olio. A parte il fatto che non ero assolutamente a conoscenza del fatto che dovessi anche fare scalo a Singapore. Ma questo è giusto un piccolo dettaglio!

20150217_185107L’arrivo a Jakarta è stato come previsto agitato. Fuori dall’aeroporto code di macchine imbottigliate nel traffico, aria afosa e milioni di persone in movimento. L’hotel in cui avevo deciso di pernottare sarebbe dovuto venire a prendermi in auto. Appuntamento davanti all’entrata di un ristorante appena fuori dall’aeroporto. Arrivo al ristorante ma scopro con delusione che nessuno era in mia trepida attesa. Inizio quindi a cercare qualcuno a cui chiedere informazioni e una sorta di due ausiliari del traffico mi prendono sotto la loro ala protettiva e decidono di aiutarmi. Chiamano l’hotel per mio conto e mi riferiscono che il transfer sarà in arrivo all’incirca in una ventina di minuti. Venti minuti che saranno poi invece quaranta. Nell’attesa io e i due ausiliari del traffico diventiamo praticamente migliori amici e sono quasi triste quando vedo in lontananza l’auto dell’hotel e capisco che è arrivato il momento dei saluti. Loro mi fanno addirittura un regalo. Un piccolo sacchetto di plastica riempito con del thè ghiacciato. Rimango per un istante abbastanza basita ma poi accetto il regalo ringraziando calorosamente. E così con il mio zaino abnorme e il sacchetto con il thè (che fa tanto esame delle urine) salgo in macchina. L’ultimo piccolo viaggio prima di toccare finalmente un letto.

Di sottofondo un pezzo della versione Indonesiana di Albano e Romina Power magistralmente mixato a pezzi da discoteca e ad altri di artisti internazionali. Intanto ammiro dal finestrino questo nuovo incredibile mondo. Chiedo all’autista quanto tempo ci vuole per raggiungere l’hotel. Venti minuti. Come no.

Se c’è una singola cosa che ho già perfettamente imparato da quando ho messo il primo piede in Indonesia è che qui il tempo è assolutamente relativo…

10 modi per NON conquistare il cuore di una receptionist

16 Ott

Per molti è una parte ovvia del viaggio e uno dei primissimi punti della loro To Do List:
-Vedere la Porta di Brandeburgo;
-Andare al Berghain;
-Mangiare il Curry Wurst;
Flirtare, acchiappare, beccare.

A volte capita che la fortunata fanciulla da loro presa di mira sia io. In diverse occasioni mi è successo infatti di avere la chiara sensazione che un ospite ce stesse a prova’ . Provarci con la receptionist di turno sembra essere uno sport frequentemente esercitato da molti turisti (oserei dire tranne i tedeschi) e il perché è semplice: attaccare bottone è molto facile, basta una qualsiasi domanda, e non possono essere mandati a quel paese direttamente, dato il ruolo lavorativo che lo impedisce.
Il come è ovviamente soggettivo e varia in base all’età, all’esperienza e alla nazionalità (ripeto per chi non l’ avesse ancora capito: i tedeschi non flirtano.). Descriverò ora qui diversi improbabili latin lover e diversi modi con cui è stato tentato un approccio nei miei confronti. Modi che sicuramente non hanno portato all’effetto da loro sperato e che consiglio vivamente ai lettori maschili di non mettere in pratica.

1-CIAO BELLA: l’ospite in questione non è italiano e appena scopre la mia provenienza si diletta nel ripetere tutte le parole italiane presenti nel suo vocabolario personale. Le solite quattro/cinque parole standard conosciute da mezzo mondo ma che a suo parere sono un modo per stupirmi, dimostrare il suo poliglottismo e suscitare in me interesse nei suoi confronti.

“No…un “Buonasera signorina” non mi ha mai fatto cadere ai piedi di nessuno”;

2-LO STALKER: costui è un ragazzo che apparentemente sembra essere simpatico, gentile, carino..insomma un tipo “a posto”. Con un certo savoir-faire riesce ad ottenere un mio contatto (mail o amicizia in facebook) e da quel momento diventerà la mia ombra. Messaggi su messaggi..dove sei?cosa fai?con chi sei? perché?… E per non farsi mancare nulla,mi invia anche autoscatti e poesie di dubbio gusto.

“Mannaggia a me e al giorno in cui ti ho incontrato”;

3-L’ATTEGGIATO: si vanta sin dal primo secondo del proprio lavoro e condizione economica. Ogni scusa è buona per rimarcare il fatto che i soldi gli escono dalle orecchie e che se dorme in ostello è solo ed esclusivamente per stare con gli amici che non avrebbero potuto permettersi l’Hilton. Un dì, uno di questi pavoni, con tanto di residenza a Dubai, perse il portafoglio con tutti i suoi averi al suo interno.E cosa ebbe la faccia tosta di fare? Chiedere un prestito a me!!!

“Certo, come no…aspetta qui un secondo che vado a prelevare al primo bancomat che trovo!”;

4-TWO IS MEGL’ CHE ONE: sarò io che sono all’ antica ma questo tipo di inviti mai me li sarei aspettati di ricevere…soprattutto sul luogo di lavoro!Devo invece ammettere che più di una volta qualcuno (e non necessariamente di sesso maschile) mi ha tranquillamente chiesto di partecipare a un ménage à trois o à quatre, o a chi più ne ha più ne metta, mettendomi in una condizione di profondissimo imbarazzo.

“Sono molto lusingata dall’ invito ma sfortunatamente sto lavorando…che peccato!!magari la prossima volta!”;

5-IL COMMENTATORE: ancora decisamente brillo da tutto l’ alcool bevuto durante la nottata, si piazza di fianco alla reception e ascolta tutti i miei dialoghi con i vari clienti commentando e disturbandomi con frasi del tipo “Oh my God! Your accent is sooooooo damned sexy…” .

“Se non ti levi dalle scatole nel giro di dieci secondi, ti arriva una gomitata in faccia che non ti bastano due vite per levarti il segno”;

Immagine

(non potevo trovare un’ immagine più azzeccata di questa)

6-IL GENTLEMAN: si parla del più e del meno…le solite domande: che lavoro fai?dove vivi?quanti anni hai?…e quando a questa domanda io rispondo “prova a indovinare!” la risposta del vero gentleman con la G maiuscola, consiste non in parole bensì in un un gesto di classe con cui mi chiede di girarmi per poter osservare anche il lato B.

” …posso non commentare?”;

7-WE ARE FAMILY: un padre che intercede per il figlio. Anche questo capita! “Mio figlio di qua, mio figlio di là…bla, bla, bla…Appena scende nella hall te lo presento…”. Ci presenta e ci lascia come due cretini in un clima di assoluto imbarazzo…

“La ringrazio davvero ma rifiuto l’offerta e vado avanti”;

8-L’INSISTENTE: costui prova a fare colpo su di me proprio nel momento più sbagliato della giornata, quando sono in pieno stress lavorativo e la reception è piena di clienti in attesa. Lui se ne frega e monopolizza il mio tempo, facendomi domande sulla mia vita privata e vari complimenti sotto gli occhi decisamente scocciati di altri clienti, che volentieri lo prenderebbero a legnate. Quando gentilmente gli faccio capire che non è proprio il momento adatto per discutere sulla bellezza dei miei occhi, lui non demorde, lascia il posto ai clienti successivi e si rimette in fila per poter di nuovo interloquire con me. E così via per quattro, cinque volte di seguito ignorando la mia cortese richiesta di sparire quanto meno per un paio d’ore.

“Chi la dura la vince???non sempre…”;

9-L’ATTORE: “Mi devi aiutare assolutamente..non hai idea di cosa sia successo in camera!Un casino! Devi venire a vedere con i tuoi occhi!”. Io mi agito e vado in ansia “oh Signur…Cosa sarà successo adesso? Che due palle…Speriamo non sia niente di grave!”. Mi immagino la camera allagata, un letto andato a fuoco o il soffitto completamente crollato. Lo accompagno in camera ma non vedo assolutamente nulla di strano…”Quindi?cosa è successo?” “Niente! Era solo un modo per farti venire qui…”.

“Respira e mantieni la calma, mantieni la calma, mantieni la calma!”;

10-IL FIDANZATO: sembra perfetto. Una corte ben dosata con complimenti e frasi ad effetto sparate al momento giusto. Penso che finalmente, ogni tanto lo incontro anche io qualcuno di decente. Ma poi se ne esce con una frase del tipo “no perché la mia fidanzata….” . Forse non ho sentito bene “Scusa non ho capito, la tua chi?” “Ahhh non te l’ho detto? Sono fidanzato! Però sono in vacanza…sai com’è!”.

“Dio ti prego dammi la pazienza perché se mi dai la forza…”.

Quando ci si mettono anche i vicini di casa…

4 Ott

La storiella che sto per raccontare è davvero inverosimile. Forse qualcuno penserà che io l’ abbia inventata completamente o una parte… ma credetemi, non è così! La mia fantasia non è purtroppo così sviluppata e ,per poter dare vita a un racconto del genere, dovrei già essere una delle sceneggiatrici più famose di Hollywood. Tutto ciò che racconto è successo realmente, anche se mi rendo conto che, a volte, le cose che accadono sono meno credibili dell’esistenza di ET.

I veri protagonisti del racconto non sono questa volta i clienti dell’ostello, bensì i nostri vicini di casa. Anzi, una vicina di casa. L’ostello fa parte di un grande edificio con cortile interno. Su questo cortile si affacciano anche due hotels (ovviamente molto entusiasti e felici di condividere gli spazi comuni con noi) e appartamenti dati in affitto a turisti ma anche a lungo termine.

Un paio di settimane fa, un vicino di casa “fisso” ha invitato nel suo appartamento una signorina,diciamo così, a pagamento. La signorina in questione è una biondona mozzafiato, molto appariscente e dotata di un decoltè che sicuramente non passa inosservato.
È un sabato pomeriggio, la fascia oraria è quella dell’happy hour e una quarantina di baldi giovani provenienti dalle isole britanniche si stanno sfondando di birra nel nostro cortile. Fino a qui tutto procede secondo la normalità. Questa normalità viene improvvisamente infranta da un istinto di puro esibizionismo da parte della biondona. Ha infatti la brillante idea di uscire sul balcone dell’appartamento al settimo piano, in shorts e in reggiseno, attirando su di sé, più che ovviamente, l’attenzione di tutti gli elementi maschili presenti in cortile. Partono urla, fischi e apprezzamenti vari. Tutti hanno la testa e gli occhi puntati a quel balcone, manco fosse il Papa. Lei è lusingata da tutta questa attenzione ma non ne è ancora sazia. Ne vuole ancora di più. Attende qualche secondo e ,godendosi tutti quegli occhi puntati su di lei, pensa a come può renderli ancora più felici. Con grande sorpresa di tutti, piante del cortile incluse, con un gesto da professionista si toglie il reggiseno e con una classe innata “shakera” il prorompente seno di fronte a tutti. Dopodiché, soddisfatta, si gira e rientra.
Dopo un breve attimo di stupore e sbigottimento, come potrete ben immaginare, l’ euforia si impossessa del cortile. Le bocche spalancate lasciano spazio a grida, salti e fischi. Come animali. Peggio di animali. Sembra di essere allo stadio durante la finale Champions League. Ci mancano solo le bandiere e le trombette. Alla reception arrivano chiamate da parte degli hotel per capire cosa diavolo sia mai successo: “Non siete in grado di gestire i vostri clienti!”…ma per favore!Vorrei proprio vedere loro come si cimenterebbero nella “gestione” di un gruppo di inglesi sbronzi di fronte a tale visione!!

Per loro è stata una gioia pari a una grande vincita della lotteria.
“È il giorno più bello della mia vita!” , “io da qui non me ne vado più”, “la miglior vacanza di sempre”. Questi i commenti principali, oltre ad altri, la cui caratteristica principale non è sicuramente la finezza.

Ma la storia non finisce qui. Un’ oretta circa dopo il suo striptease, la Demi Moore teutonica abbandona l’appartamento e l’edificio. Una ragazza che lavora al nostro bar stava fumando, proprio in quel momento, davanti all’uscita e guardandola bene fa una scoperta sconcertante: la biondona è in realtà un biondone…

“I have a prenotation!”

16 Set

Li vedo arrivare all’entrata dell’ostello e le loro fisionomie già mi rivelano la loro provenienza. Entrano ma non si dirigono direttamente alla reception. Si fermano in un angolo a discutere. L’oggetto della discussione riguarda chi dovrà compiere l’estremo atto di coraggio di andare a fare il check in e quindi parlare in inglese. Ecco, iniziano a gesticolare. “Hai prenotato tu e quindi ci vai tu!”. “Te lo scordi, tu l’hai studiato un anno in più di me..ti tocca!”. “Si ma io avevo il debito in inglese!!” .Verranno tirate in ballo pagelle, viaggi all’estero ed eventuali flirt con ragazze straniere. “Con lei però l’inglese lo sapevi parlare”.

La discussione porterà alla scelta della vittima che dovrà parlare con me. Viene spinto brutalmente in avanti dal gruppo e me lo ritrovo faccia a faccia. Nei suoi occhi colgo timore, insicurezza, confusione e sulla fronte gocce di sudore. So che sicuramente sta cercando di formulare nella sua mente la frase d’esordio, oltre a insultare, sempre mentalmente, i suoi amici . Io faccio finta di nulla e lo saluto gentilmente “Hallo!”. “Hallo!” risponde. Ok…fino a qui ci siamo. Ci pensa ancora due minuti e poi si butta: “I have….I have a prenotation!”.

Sento tutti i professori d’inglese defunti ribaltarsi nelle tombe e quelli ancora in vita essere colpiti da infarti multipli. Reservation…si dice reservation!!!Trattengo il mio impulso a correggere da maestrina di scuola elementare mancata e rispondo “Siete per caso italiani?”.

Italian flag
Il suo viso si riempie improvvisamente di un grande sorriso e il suo corpo si rilassa, attraversato da un lungo sospiro di sollievo. Si è appena tolto di dosso un peso enorme. Quella conversazione in inglese gli avrebbe fatto perdere litri di sudore. Negli occhi posso intravedere ora quasi lacrime di gioia. “Grazie a Dio”mi risponde e poi si gira verso gli amici “Ragàààà…è italiana!!”. L’entusiasmo di aver trovato inaspettatamente in terra straniera una connazionale coinvolge anche il gruppo. A quel punto si avvicinano tutti e parte la classica frase “allora possiamo farti anche delle domande!!!”. Questo probabilmente significa che se fossi stata una semplicissima receptionist tedesca, loro si sarebbero limitati a fare il check in e non avrebbero più osato avvicinarsi, nemmeno sotto tortura, al banco della reception. “Certo!Fatemi tutte le domande che volete! Sono qui per questo!”. Provo quindi un sensazione di estrema utilità mai provata prima. La mia vita, grazie a loro, ha ora un senso. Ma cosa ne sarebbe di questo meraviglioso gruppetto, se non ci fossi qui io ad aiutarli? Già me li vedo perdersi a Kreuzberg…Senza le mie indicazioni e informazioni non so in che stato tornerebbero in Italia. Sono la loro salvezza!!

È cosi più o meno che va l’arrivo di un gruppo di italiani in ostello. Ok…forse ho leggermente esagerato! Ma nella maggior parte dei casi è comunque vero il fatto che io rappresenti una sorta di “salvezza” per loro. Come loro, anzi voi, rappresentate una sorta di salvezza per me.

Di fronte a un gruppo di italiani, mi sento improvvisamente come a casa. Finalmente un pò di calore umano e del sano senso dell’umorismo. Sarò sicuramente di parte, ma il mix di allegria, fascino e ironia portato come un bagaglio a mano dagli italiani è davvero imbattibile.

Volendo poi dar loro un premio, come ho già fatto per le altre nazionalità, il titolo sarebbe “ahhhhhhh…scusa ma non lo sapevamo!”. Le regole da rispettare vengono infatti interpretate dagli italiani più che altro come indicazioni facoltative, delle linee guida che poi ognuno ha la facoltà di seguire o meno.
Ovviamente siamo al primo posto tra le nazionalità che non rispettano mai l’orario del check out. Spesso mi capita di dover andare nelle stanze e buttar gentilmente fuori gli ospiti ritardatari anche ben due ore dopo l’orario limite e la risposta dei miei connazionali è sempre all’incirca questa :”ehhhh…ma come siete pignoli!!!Si vede proprio che siamo in Germania!”. Deteniamo poi il record assoluto di aver fatto suonare per primi dall’apertura dell’ostello l’allarme antincendio, fumando in camera. Un record ottenuto con grande fatica e che mi riempie ancora oggi d’orgoglio.

A parte gli scherzi, l’orgoglio e la fierezza di essere italiana sono sempre vivi e presenti in me. È un vanto che cerco di mostrare appena ne ho la possibilità. La mancanza della mia terra e dei miei connazionali è probabilmente un qualcosa che non passerà nemmeno dopo anni. Ma grazie all’arrivo di turisti italiani nell’ ostello, questa mancanza viene leggermente ridotta, dandomi a volte quasi l’impressione di non trovarmi più nel freddo territorio tedesco.
Ho solo un solo piccolo desiderio che vorrei venisse esaudito: studiate di più l’inglese!!!!!!!!